
Può uno sfogo diventare architettura? Nel parco di sculture più antico del mondo moderno, sì.
Labirinto onirico e alchemico di mostri grotteschi e surreali, di architetture impossibili e di incisioni sibilline, il Sacro Bosco di Bomarzo, più che un percorso di conoscenza, è un processo di accumulo. Inciso in una lapide che dà le spalle alla strada maestra – quasi a sfregio di chi avrebbe cercato per secoli risposte complesse a una domanda semplicissima – si legge: “Sol per sfogare il core”.
Solo. Come fosse cosa da poco. Come se, beffardo, il principe Orsini si fosse affidato a una teoria elaborata duecento anni prima: tra tutte le spiegazioni, quella che richiede meno assunzioni, quella più semplice. Ma il rasoio di Occam è troppo affilato per menti che anelano alla complessità, incapaci di accettare che un’opera così densa possa non custodire significato alcuno se non quello intimo e personalissimo del suo creatore.
Non è per amore del pensiero ma per non cedere all’horror vacui che spesso cerchiamo altri significati; alla semplicità, non vogliamo proprio cedere. Eppure, guardando Bomarzo, è difficile ignorarla. Una collina disposta su tre livelli che culmina nell’unica forma classica e razionale di un paesaggio che inganna e confonde: un tempietto dedicato alla moglie scomparsa di Orsini.
Più semplice e più radicale di ogni congettura: creare per dare forma a un dolore personale.
È forse con la stessa semplicità di intenti che è stato costruito uno degli album più complessi e influenti della musica contemporanea. Pet Sounds dei Beach Boys compie sessant’anni ma resta ancora oggi un mistero architettonico, non tanto per grandiosità, ma per costruzione: un sistema chiuso e permeabile, in cui ogni elemento esiste solo in relazione agli altri.
Negli anni in cui il pop si espandeva e diventava portavoce di proteste, tensioni politiche e controculture, la musica non era più il piacere ma il dovere di dire qualcosa, di prendere una posizione, di denunciare senza retorica. È proprio in questo momento, al culmine della parabola dei Beach Boys – colonna sonora della felicità di una società americana più infelice che mai – che Brian Wilson compie il movimento opposto: si ritira spiritualmente e fisicamente. Dal suo studio di registrazione non esce un disco di protesta, né una cronaca cifrata del proprio tempo, ma una fragilità armata: non oppone alla violenza una denuncia, ma una forma di innocenza costruita con ferocia.
Wilson distrugge il muro di Spector, accumula strumenti, suoni e voci, li combina fino a trasformarli in un’onda stratificata, sovrappone tracce, corregge, ricompone. Cerca disperatamente un equilibrio per rovesciarlo il secondo dopo.
Ne risulta quindi un sistema legato non alle influenze esterne ma a quelle interne del suo creatore, ed è per questo una testimonianza rarissima e unica dell’uomo-Wilson: della sua creatività, delle sue deformazioni psichiche, dei suoi traumi personali, di un padre ingombrante, di una dinamica fraterna che tiene insieme e insieme espone.
È il genio che ha la possibilità di dare forma al proprio sfogo, che lo trasforma in armonie allegre e in testi che non raccontano nulla eppure raccontano tutto, perché lo hanno assorbito.
In controluce, una forma di vulnerabilità maschile che non trova spazio: non l’eroismo, non la posa, ma una fragilità esposta e allo stesso tempo trattenuta, che non si dichiara ma si lascia intuire nella struttura del suono.
Una dicotomia ossessiva, incompatibile: da una parte l’armonia perfetta, dall’altra la gioia della semplicità.
Incompreso proprio perché complesso e semplice allo stesso tempo: ecco qua il paradosso di Pet Sounds, a cui tutto devono Sgt. Pepper e i suoi Beatles.
Quello che Mike Love definì come “la musica dell’ego di Brian” è inconsapevolmente proprio questo: non parla a nessuno se non a se stesso ed è proprio per questo che continua a parlare a tutti noi. È da quell’ego che nasce un’opera che non appartiene al suo tempo perché rifiuta di tradurlo in discorso, e che proprio per questo continua a operare.
Pet Sounds continua a emergere non come espressione di fragilità, ma come forma di controllo semplice e radicale della complessità.
Non sorprende allora che, quando il fratello Carl gli chiese per quale motivo, secondo lui, i Beach Boys avessero avuto tutto quel successo, Wilson non menzionò formule o intuizioni. Disse soltanto: “penso che la musica celebri la gioia di vivere in un modo davvero semplice”.

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