Orfeo. Collezione privata. Attribuito a Paul Duqueylar

In Histoire(s) du cinéma, Jean-Luc Godard confessa: “anch’io, per un momento, ho creduto che il cinema avrebbe permesso a Orfeo di voltarsi senza provocare la morte di Euridice. Mi sono sbagliato. Orfeo dovrà pagare.”

Il regista rifletteva su quel desiderio, tutto cinematografico, di sovvertimento della narrazione; fatalismo e consapevolezza di non poter cambiare un finale inevitabile. Il mito di Orfeo diventa quindi paradigma: il gesto – atto visivo del cinema – che si illude di poter cambiare la narrazione senza incidere sul destino ma che invece non può salvare ciò che sta filmando. Può solo assistere. 

Un’illusione atavica, un desiderio vano che ci vede tutti protagonisti, in qualche modo. Le nostre relazioni interpersonali sono costellate di tentativi goffi e disperati di riscrivere la trama affettiva delle nostre storie, nella speranza che un altro finale possa esistere.

Ci affanniamo sulla narrazione ignorando forse l’unica cosa che andrebbe riscritta: il nostro ruolo. Una figura rigida, automatica, predeterminata. Più che un carattere, una griglia emotiva. Archetipi immobili che nonostante modifichino le proprie azioni, finiscono per replicare gli stessi pattern mascherati da cambiamento, in cui la paura dell’abbandono, il desiderio di controllo, il bisogno di riconoscimento si distribuiscono in maniera così simmetrica da trasformare ogni storia personale in una variazione di uno schema fisso.

Due storie, stesso finale. Reel di 30 secondi (oltre i quali decade la soglia dell’attenzione) ci propongono continuamente l’amore spettacolarizzato, idealizzato, utopico, oppure la sua nemesi: quello tossico, manipolativo, narcisistico. Uno, impossibile. L’altro, incurabile.

Finiamo per credere che questi siano gli unici ruoli possibili, che le nostre azioni possano avere effetto solo all’interno di essi e che non ci siano altri fattori che possano incidere. Eppure, non sembra che entrambi i modelli abbiano una stessa matrice? Che anche l’amore edenico sia il frutto di rinunce causate dalla mancanza di qualcosa che sappiamo nominare ma non sappiamo manifestare?

La fiducia è un concetto verticale – non tollera approssimazioni né misurazioni soggettive. E invece l’abbiamo plasmata, adattata. È passata dall’essere cosa concreta perché reale “fino a prova contraria”, a un sistema di simboli e codici che filtrano attraverso referenti digitali.

Figli di Facebook, ci siamo mossi sgraziatamente tra aggiornamenti di stato, immagini di profilo, poke (che nessuno ricorda). Da codice universale, imperiale quasi – quello del pollice all’insù che esprime consenso, siamo passati a un più ambiguo segno d’amore, il cuore. 

Instagram ha poi strizzato l’occhio alla mitizzazione dell’immagine che non richiede più una spiegazione. Apprezzamenti segreti, messaggi che scompaiono. Un manuale che ci si è ritorto contro: non riusciamo più a decifrare codici che noi stessi abbiamo contribuito a deformare e anziché opporci con la dignità del sentire, li abbiamo assimilati. Abbiamo barattato la fiducia con le rinunce. L’amore con le attenzioni. 

Ma la fiducia non ha volto, non ha voce. La stiamo sostituendo con codici comportamentali che non riusciamo più a dominare e che stanno plasmando irrimediabilmente le nostre relazioni. Pretendiamo prove da dispositivi pensati per mentire con eleganza. Vogliamo toccare con mano il simulacro di un amore che esiste solo se rassicurante, solo se esposto da dietro una vetrina.

Come sempre, non è l’oggetto ma la mano. Troppo facile incolpare il “progresso”, escamotage poco credibile di chi cerca di scrollarsi di dosso responsabilità emotiva e rischi.

In fondo, ci accontentiamo di appartenere a una schiera piuttosto che all’altra, semplifichiamo per evitare di andare in profondità, per ammettere che il diverso esiste, che esistono entrambi i ruoli insieme o nessuno dei due. Evitiamo la fatica della fiducia costruendo codici personalizzati che funzionano solo per noi stessi. Ruoli predefiniti, appunto, efficaci nei reel, ma inservibili nella realtà.

La storia di Orfeo ci insegna che il gesto non sostituisce il cambiamento. Così come reel preconfezionati non sostituiscono l’intelligenza emotiva. Il finale non cambierà, il gesto non ci salverà. 

Orfeo dovrà pagare.

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