
Come molte giovani femministe in Cile, sono disgustata da alcuni aspetti della vita di Neruda [ma] il Canto General è ancora un capolavoro. – Isabel Allende
Nel 1821, un libero docente dell’Università di Berlino, irascibile e misantropo – si dice tollerasse soltanto il suo cane, che chiamava “umano” quando lo faceva arrabbiare – viene accusato di aver spinto e fatto cadere dalle scale la sua vicina dopo una lite furibonda. Inizialmente assolto, il giovane Arthur Schopenhauer verrà condannato in appello a pagare alla vicina una rendita vitalizia. Vent’anni dopo, alla morte di lei, annoterà in uno dei quaderni: Obit anus, abit onus – morta la vecchia, finisce l’onere.
Un regista polacco, al culmine della sua carriera e reduce da un’immane tragedia familiare, invita una tredicenne a posare per un servizio fotografico a casa di Jack Nicholson, le offre champagne e Quaalude e ha con lei un rapporto sessuale. Roman Polanski, l’anatomista cinematografico della paranoia novecentesca, fugge dagli Stati Uniti prima ancora della sentenza definitiva e non vi farà mai più ritorno.
Un ex diplomatico racconterà nelle sue memorie di aver violentato una donna tamil durante il suo servizio in Asia, negli anni del consolato a Ceylon. Soltanto dopo essere diventato il poeta dell’esilio, del comunismo cileno, dell’amicizia con Allende e di una memoria politica che il golpe di Pinochet avrebbe reso ancora più simbolica, la confessione di Pablo Neruda, una delle voci più amate del Novecento, continuerà a convivere con la sua opera omnia.
In Francia, durante l’occupazione nazista, una stilista già icona della nuova eleganza femminile si trasferisce all’Hotel Ritz, quartier generale dei più importanti militari e diplomatici tedeschi, tra cui il barone Hans Günther von Dincklage, con cui ebbe una relazione. Coco Chanel, interrogata ma mai incriminata dopo la Liberazione, quasi certamente grazie all’amicizia di Churchill, manifestò apertamente idee molto conservatrici e fortemente antisemite e omofobe, e svolse anche alcune missioni di spionaggio per conto della Germania nazista.
Il punto di questi aneddoti non è stabilire se Schopenhauer, Polanski, Neruda o Chanel fossero moralmente ripugnanti. Il punto è il salto che compiamo quando decidiamo che la loro colpa debba ricadere, per eredità, sulle loro opere.
Come se un libro, un film, una visione potessero diventare improvvisamente estensione morale del loro creatore: una secrezione etica. Corpi del reato retroattivi, utilizzati per epurare la storia. Storia imperfetta proprio perché scritta da uomini e donne imperfetti, ma che hanno contribuito irrimediabilmente a plasmare lo scibile umano e, in qualche modo trasversale, anche la nostra forma mentis.
La lista è lunga – ma non credo che nessuno abbia la voglia, prima ancora che il desiderio, di scavare nelle vite private di chi, per motivi spesso slegati dalla mera biografia, ammiriamo, studiamo o ne contempliamo le creazioni artistiche, letterarie, cinematografiche.
Soprattutto, se la questione è di principio, perché citare certi nomi ci obbliga a delle accortezze mentre altri no? Perché, probabilmente, ci rendiamo conto che setacciare la nostra storia culturale alla ricerca di fantasmi del passato da castigare – nell’illusione che punire l’opera serva anche a prevenire determinati comportamenti – non produce giustizia, ma soltanto censura.
La questione è riemersa, come accade periodicamente, nei giorni scorsi, quando la cantante spagnola Rosalía ha dovuto scusarsi pubblicamente non per aver difeso Pablo Picasso senza alcuna conoscenza specifica dei capi di accusa di quest’ultimo, ma per aver detto di “saper separare l’uomo dalla sua arte”, posizione del tutto legittima e che non necessita di alcuna conoscenza di ciò che riguarda la vita privata dell’artista, poiché la stessa separazione lo presuppone.
Questa pretesa feroce e ideologica nasce da una rilettura inquisitoria che pretende di rivedere, o addirittura rimuovere, moltissimi artisti dal canone scolastico – e la lista è lunga.
Ma se davvero si tratta di principio, qual è allora la differenza, ad esempio, tra Picasso e Gauguin? Perché non ci sono mobilitazioni simili per desacralizzare l’artista francese dell’Ottocento o rimuoverlo dai testi di arte? Eppure, la sua antica predilezione per le giovanissime ragazze polinesiane che ammiriamo al Musée d’Orsay, non è mistero per nessuno.
Forse le donne di Picasso parlano un linguaggio più vicino alla sensibilità femminista contemporanea? O è perché Gauguin resta più facilmente confinabile nella distanza temporale, coloniale, esotica? È lontano come un sogno, sembra quasi che non sia mai accaduto. E tra duecento anni, molto probabilmente, sarà così anche per Picasso. Ma, allora, quanto è davvero utile questa battaglia?
Come sempre, la nostra indignazione non risponde a un principio stabile, ma alla prossimità simbolica del caso. Selezioniamo quelli più vicini a noi, con il solo obiettivo di distruggere l’arte per distruggere l’uomo, basandoci molto spesso su accuse mai formalizzate; ma neanche questo è il punto.
No, non dovremmo chiedere scusa per essere in grado di separare l’uomo dalla sua arte.
No, non dovremmo chiedere scusa per apprezzare l’arte di uomini e donne moralmente controversi.
Se poi non ci è concesso separare l’uomo dall’opera, dovrebbe valere anche il contrario: l’opera dovrebbe giudicare l’uomo. Perché no, d’altronde?
Un film violento dovrebbe incriminare il regista. Un romanzo perverso dovrebbe servire come una confessione. Un’opera disturbante dovrebbe diventare una prova contro il suo autore.
Avremmo dovuto preventivamente censurare e porre al centro di un’indagine morale ed etica Lars von Trier dopo l’uscita nelle sale di The House That Jack Built, o Michael Borremans alla prima esposizione della serie sui putti cannibali e amputati.
È una follia anche solo pensarlo, eppure dimostra efficacemente che la separazione non è un alibi: è una necessità critica. Ma il moralismo contemporaneo usa la confusione tra uomo e opera in una sola direzione.
Neanche il Futurismo, avanguardia che voleva distruggere simbolicamente il passato, ragionava in termini di censure e bonifica morale del patrimonio classico. Marinetti parlava di crisi, di rottura, ma come gesto di conflitto, di rivoluzione, non come richiesta di purificazione retroattiva.
La differenza, anche qui, è fondamentale: combattere, travolgere, creare altro. Oggi la richiesta è solo quella di cancellare. Ma l’educazione, per fortuna, non passerà mai attraverso l’amnesia indotta.
Se mai ci dovessimo trovare al Reina Sofía di Madrid, è fondamentale che, di fronte a uno dei quadri più potenti del Novecento, non permettiamo che sia la vita ordinaria di un artista straordinario a inorridirci, ma sempre e per sempre le atrocità della guerra e la distruzione di Guernica.
Tutto il resto è biografia.

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