
Per essere felice sotto il Sole devi aver buio in testa o sangue di serpe nelle vene –Johann Karl Wezel, Belphegor
Guerra fredda, corsa agli armamenti atomici, scacchiere mondiali allineate. Vi ricorda qualcosa?
È il 1960 e un distopista atipico scrive un romanzo dal titolo assai curioso: Facial Justice. Leslie Poles Hartley è uno scrittore anti-sensazionalista, di poca azione e molta riflessione. Da osservatore morale – e non politico – del suo tempo, afferra lucidamente quel senso di colpa collettivo postbellico e lo cristallizza in un tragico quanto attuale avvertimento: non confondere la giustizia con l’uguaglianza.
In un’immaginaria Inghilterra devastata dalla terza guerra mondiale, circa 20 milioni di superstiti si rifugiano sotto terra, dove, dopo cruenti scontri civili, si instaura il “nuovo Stato”: un regime politico-sociale egualitario in cui ogni pulsione individualista viene condannata.
Vi è un peculiare dittatore a reggere il nuovo sistema. Nessuno ne conosce l’identità, ma soltanto la voce. Non detta leggi, ma emana editti radiofonici fondati su un’unica convinzione: la causa della violenza e dei mali tra gli esseri umani è la disuguaglianza e i sentimenti che essa scatena – invidia, narcisismo, superbia. Soltanto cancellando i tratti personali, psicologici e fisici che caratterizzano i singoli individui, quindi uniformandoli, sarà possibile vivere felici e al sicuro.
Insieme alla giustizia sociale, legale ed economica – applicate in maniera totalitaria – si affianca la più inquietante giustizia facciale, che riguarda l’estetica delle donne: i volti vengono classificati in “Alfa”, quelli troppo belli che rappresentano un privilegio intollerabile, e in “Gamma”, quelli troppo brutti, che incarnano una disparità altrettanto inaccettabile. La soluzione è creare, attraverso una chirurgia estetica correttiva, una terza classificazione, i “Beta”: volti standardizzati, né belli né brutti. In uno Stato dove non può esistere invidia, infatti, è fondamentale che vi sia anche giustizia estetica.
La protagonista del libro, giudicata troppo bella, è invitata a sottoporsi all’intervento. La storia inizia con il suo rifiuto: attraverso di lei il lettore scopre la radicale omologazione e il sacrificio dell’individualità in nome della sicurezza collettiva. Jael capirà che rinunciare a se stessi significa, tout court, rinunciare alla possibilità di amare e di essere amati, poiché l’atto dell’innamoramento, in quanto tale, presuppone l’unicità di ciascuno. Insieme a pochi altri individui che, come lei, realizzano quanto insensate e dannose siano le misure del dittatore, tenterà di rovesciare il nuovo Stato.
La cosa che più colpisce di questo romanzo è l’efficacia distopica nonostante la sua natura essenzialmente anti-orwelliana: i cittadini, infatti, non fingono di stare bene, anzi. Quasi nessuno riconosce la dittatura come tale, non c’è una vera opposizione o repressione. Il divieto della disuguaglianza non sfocia mai in veri e propri obblighi o proibizioni, perché il dittatore ha fama di benefattore e protettore: consiglia, suggerisce, cura. Convince i cittadini che devono guarire dal virus dell’individualismo ed essere rieducati in nome dell’uguaglianza estrema.
Accanto a esagerazioni quasi caricaturali, come lo scoraggiare l’uso dell’automobile perché pratica individualista e ambigua o limitare i pianisti a suonare brani non più complessi della Sonata al chiaro di luna per non suscitare l’invidia dei colleghi, ve ne sono alcune che solo fino a qualche anno fa ci sarebbero sembrate improbabili nonché inutili, come il rinominare termini considerati “offensivi”…
Giustizia Facciale, portato in Italia per la prima volta nel 2007 dai tipi di Liberilibri (traduzione di Olga Ceretti Borsini e Serena Sinibaldi), non diventerà un classico distopico alla Orwell, ma sarà destinato a entrare a far parte della preziosissima biblioteca universale dell’individualismo e del libero pensiero.
Dal romanzo di Hartley a Pluribus, serie di punta di Apple TV+, passano sessantacinque anni, ma corre un fil rouge che lega un sentimento squisitamente umano, la lotta più antica del mondo: l’egualitarismo in nome del bene comune contro la libertà di esprimere la propria individualità senza doversi uniformare.
Nel nuovo, geniale lavoro di Vince Gilligan, padre di Breaking Bad, il meccanismo che percepiamo in sordina è lo stesso: eliminare il conflitto eliminando la singolarità. Anche qui la premessa non è il controllo, ma la protezione. Non l’obbedienza, ma la serenità. L’idea che la felicità collettiva possa essere garantita solo neutralizzando l’individuo.
In un’infinita tensione circolare, Gilligan presenta l’apocalisse sotto forma di un virus alieno, gentile e protettore. Il fine che giustifica i mezzi è sempre lo stesso: il bene comune.
La razza umana è annichilita, non fisicamente ma nel libero arbitrio, da una specie aliena che la espropria del proprio individualismo e la unifica sotto il segno di un’unica mente alveare. L’uso del singolare è “semanticamente strano” e non esistono più sentimenti negativi, conflitti, violenze: solo pace e amore.
Sembrerebbe l’epilogo perfetto, nonché l’unico modo possibile per salvarci dall’autodistruzione, se non fosse, anche qui, per la protagonista: Carol Sturke – la magnifica Rhea Seehorn – è misteriosamente immune al virus alieno. Ci viene presentata come una donna cinica, amareggiata e incline ai vizi. Eppure sarà proprio questa irrequietezza irrisolta, perfetta imperfezione umana, a renderla un’antieroina incapace di arrendersi alla cortese richiesta di assimilazione, e anzi pronta a contrastarla con un carattere talmente ostinato e irruento da destabilizzare persino il premuroso alieno.
La serie è stata catalogata come uno sci-fi thriller, ma è quasi una black comedy, a tratti grottesca: una tensione parossistica che ci tiene agganciati nell’attesa che i “cattivi” facciano i cattivi. Ma l’alieno è così buono che non si limita ad essere vegetariano: per non nuocere ad alcun essere vivente, non mangia neanche la frutta finché non cade da sola dagli alberi. Unica alternativa considerata “etica” dall’alieno è quella di nutrirsi di carcasse, non solo animali: una comica quanto magistrale macchietta del buonismo alimentare portato alla sua estremizzazione.
Nella serie di Gilligan tutti sono felici perché, banalmente, non sono più loro stessi.
Ma, attenzione: non è una critica alla felicità né una difesa dell’egoismo, quanto piuttosto un dilemma antropologico: l’individualismo è un difetto da guarire o una condizione da sopportare? Quanto costa l’individualità, e quanto pesa? Quanto ci determina la nostra impronta autentica, nel bene e nel male?
Se ogni progetto di armonia assoluta implica la “correzione” dell’uomo, ha senso rinunciare al nostro individualismo e quindi a ciò che ci rende umani, con tutti i suoi difetti e controversie, in nome della pace e del bene “comune”?
E una volta ottenuto quel bene, cosa resta di noi? Se eliminare il male significa eliminare la volontà, allora eliminare la volontà significa eliminare l’uomo.
Volontà come forza inevitabile che non può e non deve coincidere con la razionalità del beneficio: nella sua radicale autoconsapevolezza, il sottosuolo di Dostoevskij lo sapeva. “L’uomo ha bisogno soltanto di una volontà autonoma, per quanto possa costare questa autonomia e a qualsiasi conseguenza porti.”
A distanza di sessant’anni, è come se Pluribus raccogliesse l’eredità di Giustizia Facciale riattivando la stessa strenua difesa dell’individualismo, nonostante l’individualismo. Entrambe le storie ci mettono in guardia – ed è proprio qui che risiede la loro eccezionalità – non dai governi, ma da noi stessi.
Ci mostrano uno scenario non così lontano: i “buoni” devono scomparire nel pluralismo del bene comune mentre l’individuo non conforme può arrendersi o scontare la pena dell’emarginazione.
Forse è giusto, quindi, accettare che sia proprio il nostro carattere unico e irripetibile, il nostro individualismo, la nostra forma mentis e corporis, a costituire la nostra stessa umanità.
Che essere sempre felici, in pace e senza conflitti è impossibile e, forse, anche vagamente inquietante.
Che il desiderio di parificare a tutti i costi è spesso mosso da invidia e che a volte coincide col desiderio di “governabilità” tanto caro ai despoti.
Che, come diceva Dickens, it was the best of times, it was the worst of times, e sempre così sarà.
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“E tuttavia siete assolutamente convinti che si abituerà senz’altro, quando saranno passate del tutto certe vecchie, cattive abitudini e quando il buon senso e la scienza avranno completamente rieducato e orientato normalmente la natura umana. Siete convinti che allora l’uomo cesserà volontariamente di sbagliare e, per così dire, automaticamente non vorrà disgiungere la sua volontà dai suoi normali interessi. Non basta: allora, dite voi, la scienza stessa insegnerà all’uomo (benché questo sia già un lusso, secondo me) che in realtà egli non ha né ha mai avuto volontà né capriccio, e che egli stesso non è altro che una specie di tasto di pianoforte o di puntina d’organetto; e che, inoltre, al mondo ci sono anche le leggi di natura; sicché, qualsiasi cosa egli faccia, avviene non già per suo volere, ma da sé, secondo le leggi di natura (…) Io, per esempio, non mi stupirò affatto, se a un tratto, di punto in bianco, in mezzo alla futura razionalità universale salterà fuori un qualche gentleman dalla fisionomia poco nobile o, per meglio dire, retrograda e beffarda, punterà le mani sui fianchi e dirà a tutti noi: «Ebbene, signori, che ne direste di dare un calcio e buttare all’aria tutta questa razionalità in un colpo solo, con l’unico scopo di mandare al diavolo tutti questi logaritmi e poter di nuovo vivere secondo la nostra stupida volontà?». E questo non sarebbe ancora niente, ma la cosa offensiva è che troverebbe senz’altro dei seguaci: l’uomo è fatto così. E tutto ciò per un insulsissimo motivo che apparentemente non varrebbe neppure la pena di menzionare: e cioè perché l’uomo, sempre e ovunque, chiunque fosse, ha amato agire così come voleva, e non come gli ordinavano la ragione e il tornaconto; infatti si può volere anche contro il proprio tornaconto, anzi talvolta decisamente si deve (questa è già una mia idea). La propria voglia, arbitraria e libera, il proprio capriccio, anche il più selvaggio, la propria fantasia, eccitata a volte fino alla follia: tutto ciò è proprio quel vantaggio supremo e tralasciato, che sfugge a qualsiasi classificazione e per colpa del quale tutti i sistemi e le teorie vanno costantemente a farsi benedire. E chi l’ha detto a tutti quei saggi che l’uomo ha bisogno di una volontà normale, virtuosa? Come hanno immaginato con tanta sicurezza che l’uomo abbia bisogno per forza di una volontà razionalmente vantaggiosa? L’uomo ha bisogno soltanto di una volontà autonoma, per quanto possa costare questa autonomia e a qualsiasi conseguenza porti.”
Da “Memorie dal sottosuolo”, Fëdor Dostoevskij

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